Malasanità in Italia: Milioni di Euro di Spesa Pubblica in Risarcimenti. Quando è giusto chiedere tutela?
Negli ultimi giorni è tornato al centro del dibattito pubblico il tema della responsabilità sanitaria e degli errori medici in Italia. Il fenomeno non è solo un’emergenza sociale, ma un complesso ambito del diritto civile che vede contrapposti il diritto alla salute e l’efficienza delle strutture sanitarie.
Secondo dati recentemente diffusi, solo nella sanità campana sono stati pagati circa 286 milioni di euro di risarcimenti per casi di malasanità, con oltre 1.400 sinistri liquidati negli ultimi anni, molti dei quali riguardano strutture della provincia di Caserta. Queste cifre evidenziano un problema concreto: quando una prestazione sanitaria non rispetta i canoni della diligenza professionale, il paziente subisce danni che l’ordinamento riconosce come risarcibili.
Il tema non riguarda soltanto i bilanci pubblici, ma soprattutto la tutela dei diritti dei cittadini, garantita da un quadro normativo e giurisprudenziale in continua evoluzione.
Il costo della malasanità e la medicina difensiva
Il fenomeno non è marginale e ha riflessi economici enormi. Ogni anno in Italia si registrano decine di migliaia di richieste di risarcimento per responsabilità sanitaria. Oltre ai risarcimenti diretti, il sistema è gravato dalla cosiddetta medicina difensiva. Giuridicamente, questa si traduce in un eccesso di prescrizioni e trattamenti effettuati dal medico non per finalità terapeutiche, ma per precostituirsi una prova di “prudenza” in vista di un potenziale contenzioso. Diverse analisi confermano che questo fenomeno costa miliardi di euro ogni anno al Servizio Sanitario Nazionale, alterando il rapporto di fiducia tra medico e paziente.
Quando è possibile chiedere un risarcimento: i presupposti legali
Non ogni esito negativo di una cura configura automaticamente un errore medico o una responsabilità. La Legge 24/2017 (Legge Gelli-Bianco) ha delineato i confini della responsabilità sanitaria. Per ottenere il risarcimento, devono sussistere tre elementi fondamentali, la cui prova è cruciale:
- Un errore medico o una violazione delle linee guida: Si tratta di una condotta del sanitario che non rispetta la diligenza professionale richiesta, le linee guida scientifiche o le buone pratiche clinico-assistenziali. La giurisprudenza stabilisce che il rispetto formale delle linee guida non esonera da responsabilità se le specificità del caso concreto impongono una condotta diversa, e il medico ha il dovere di discostarsi da esse se inadeguate al quadro clinico del paziente (Corte Suprema di Cassazione, Sezione III Penale, 04/11/2024, n. 40316).
- Un danno concreto alla salute del paziente: Deve esserci una lesione effettiva all’integrità psico-fisica (danno biologico) o altre voci di danno riconosciute. Oltre al danno biologico, la giurisprudenza riconosce il danno da perdita di chance, quando la condotta colposa ha sottratto una possibilità seria di risultato migliore (Tribunale di Trieste, Sezione Civile, 27/06/2025, n. 582), il danno da lesione del diritto all’autodeterminazione per mancato consenso informato (Corte di Cassazione, Sezione III Civile, Ordinanza 21/01/2025, n. 1443), il danno da premorienza (Corte di Cassazione, Sezione III Civile, Ordinanza 20/03/2025, n. 7458), il danno morale catastrofale (Tribunale di Napoli Nord, Sezione Civile, 14/07/2025, n. 2750) e il danno da perdita del rapporto parentale (Corte di Appello di Roma, Sezione VI Civile, 28/01/2025, n. 574).
- Il nesso causale tra errore e danno: È l’elemento più complesso da dimostrare. In sede civile, a differenza del processo penale, non è richiesta la certezza “oltre ogni ragionevole dubbio”, ma si applica il criterio del “più probabile che non” o della “preponderanza dell’evidenza” (Tribunale di Napoli Nord, Sezione Civile, 14/07/2025, n. 2750). Ciò significa che il nesso causale è provato se l’ipotesi che l’errore medico abbia causato il danno ha un grado di conferma logica superiore alle altre ipotesi alternative, con una probabilità che superi il 50% (Tribunale di Trieste, Sezione Civile, 27/06/2025, n. 582).
La giurisprudenza italiana qualifica la responsabilità della struttura sanitaria come contrattuale, derivante dal cosiddetto “contratto atipico di spedalità” o “di assistenza sanitaria” (Tribunale di Salerno, Sezione II Civile, 06/06/2025, n. 2528). Questo implica un onere della prova per il paziente che deve dimostrare l’esistenza del rapporto di cura e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, allegando l’inadempimento qualificato del sanitario. Spetta poi alla struttura provare l’esatto adempimento o la non imputabilità dell’inadempimento (Tribunale di Latina, Sezione II Civile, 15/06/2025, n. 1141). Il singolo medico, invece, risponde a titolo extracontrattuale, salvo il caso di obbligazione contrattuale assunta direttamente. Per questo motivo è sempre necessario effettuare una valutazione medico-legale approfondita. Normalmente l’analisi di un caso richiede:
- acquisizione della cartella clinica, la cui incompletezza o lacunosità può essere utilizzata dal giudice per fondare presunzioni a favore del danneggiato (Corte di Cassazione, Sezione III Civile, Ordinanza 22 luglio 2021, n. 21135);
- analisi delle linee guida scientifiche e delle buone pratiche clinico-assistenziali;
- consulenza medico-legale;
- ricostruzione cronologica degli eventi sanitari.
Un’area specifica di responsabilità riguarda le infezioni nosocomiali (o correlate all’assistenza). In questi casi, la struttura sanitaria deve provare di aver adottato tutte le cautele prescritte dalle normative e dalle leges artis per prevenire il rischio infettivo (Tribunale di Napoli, Sezione VIII Civile, 29/01/2025, n. 977).
Perché molti casi non vengono mai fatti valere

Molte persone che subiscono danni sanitari non intraprendono alcuna azione legale, spesso per motivi come:
- difficoltà nel capire se si tratta davvero di malasanità, data la complessità della materia e l’asimmetria informativa;
- mancanza di informazioni sui propri diritti e sulle procedure da seguire;
- timore dei costi legali e della lunghezza dei processi;
- complessità delle procedure, che oggi impongono un tentativo obbligatorio di conciliazione (tramite Accertamento Tecnico Preventivo o mediazione) prima di iniziare una causa.
Una valutazione preliminare del caso permette invece di capire rapidamente se esistono reali presupposti per agire.
Cosa fare se si sospetta un errore medico
Quando si sospetta un caso di malasanità, è importante agire con metodo e tempestività per non pregiudicare il diritto al risarcimento. I primi passaggi sono:
- richiedere copia della cartella clinica completa. Il medico ha l’obbligo di controllare l’esattezza e la completezza della cartella, e la struttura deve fornirla entro tempi certi;
- conservare tutta la documentazione sanitaria (referti, prescrizioni, scontrini di spese mediche);
- annotare cronologicamente gli eventi clinici, per facilitare la ricostruzione dei fatti;
- sottoporre il caso a valutazione legale e medico-legale. Senza una perizia tecnica che confermi l’errore e il nesso di causalità, non è possibile avviare alcuna azione legale.
L’assistenza dello Studio Boero
Lo Studio Boero offre assistenza legale in materia di responsabilità civile e sanitaria, guidando il danneggiato attraverso le complessità della Legge Gelli-Bianco e del quadro giurisprudenziale.
L’obiettivo dello studio è fornire una difesa tecnica rigorosa, garantendo che il cittadino sia consapevole dei propri diritti e degli strumenti giuridici necessari per ottenere il giusto ristoro del danno subito.
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Richiedi una valutazione del tuo caso
Se ritieni di aver subito un danno sanitario o hai dubbi su una prestazione medica ricevuta, è fondamentale sottoporre la documentazione a un esame professionale. Una valutazione preliminare permette di capire:
- se esistono i presupposti per una richiesta di risarcimento;
- quali documenti sono necessari e come ottenerli;
- quali sono le possibili azioni legali e la strategia processuale più adeguata (ATP o mediazione).
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