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Infezioni in Cardiochirurgia: Quando i Progressi Medici non Bastano

12 Maggio 2025

Negli ultimi anni, la cardiochirurgia ha fatto passi da gigante: interventi sempre più precisi, tecnologie all’avanguardia, medici preparati. Ma c’è un nemico silenzioso che continua a causare danni e, in troppi casi, a costare la vita ai pazienti: le infezioni ospedaliere.

Si tratta di un problema tanto diffuso quanto spesso sottovalutato, che può colpire chiunque venga operato al cuore. In questo articolo analizziamo i numeri più recenti, cerchiamo di capire perché queste infezioni continuano ad aumentare e spieghiamo cosa prevede la legge in termini di responsabilità sanitaria e tutela per il paziente.

Cosa sta succedendo: i dati parlano chiaro

Uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato su JAMA Cardiology, ha analizzato oltre 86.000 casi di pazienti ricoverati per scompenso cardiaco tra il 2002 e il 2014. I risultati? Piuttosto inquietanti:

  • La mortalità a un anno dall’intervento è rimasta stabile al 32%;
  • I decessi per cause cardiovascolari sono diminuiti del 27%;
  • Ma quelli per cause non cardiovascolari, come le infezioni, sono aumentati del 22%;
  • I decessi legati a infezioni, in particolare, sono saliti di oltre il 60%.

In parole semplici: i miglioramenti nel trattamento delle malattie cardiache vengono neutralizzati da un aumento delle complicazioni infettive.

Infezioni ospedaliere: un rischio concreto

Quando parliamo di “infezioni nosocomiali” ci riferiamo a quelle infezioni che si manifestano dopo il terzo giorno di ricovero. Sono causate da batteri, virus o altri microrganismi presenti all’interno dell’ospedale, e possono colpire anche pazienti inizialmente sani.

Ogni anno in Italia si stima che tra 600.000 e 700.000 pazienti contraggano un’infezione durante il ricovero. Di questi, circa 7.000 muoiono proprio a causa del contagio.

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Cosa dice la legge: chi è responsabile?

Secondo la legge italiana, quando un paziente contrae un’infezione in ospedale, la struttura sanitaria è responsabile, salvo che riesca a dimostrare – con documentazione dettagliata – di aver adottato tutte le misure preventive previste dalla normativa e dalle buone pratiche mediche.

In altre parole, il paziente deve solo dimostrare di essersi ammalato durante il ricovero. Spetta invece all’ospedale l’onere (spesso molto difficile) di provare che il contagio non è stato causato da negligenza, disattenzione o mancanza di igiene.

Questa tutela è prevista dalla cosiddetta “responsabilità contrattuale”, confermata anche dalla Legge Gelli.

Il “rischio zero” non esiste, ma la negligenza si può (e si deve) evitare

È vero, non tutte le infezioni sono prevenibili. Alcuni pazienti – ad esempio i neonati o chi ha un sistema immunitario compromesso – sono più fragili. Tuttavia, proprio per questi casi, le misure di prevenzione devono essere ancora più rigorose.

Accettare che non si possano azzerare i rischi non significa accettare che nulla debba essere fatto. Come nella circolazione stradale: sappiamo che ci saranno sempre incidenti, ma continuiamo a migliorare la sicurezza e a risarcire le vittime. Lo stesso principio vale per la sanità.

La prevenzione? Poco finanziata in Italia

C’è un altro fattore che pesa: la riduzione dei fondi pubblici destinati alla sanità. Secondo il report GIMBE, tra il 2010 e il 2019 sono stati tagliati 37 miliardi di euro al Servizio Sanitario Nazionale. E mentre in Europa la spesa sanitaria cresce, in Italia è scesa al 6,8% del PIL, contro il 7% della media europea.

Meno risorse significa meno controlli, meno personale, meno formazione e meno prevenzione. E i pazienti ne pagano il prezzo.

Sei stato colpito da un’infezione in ospedale?

Se tu o un tuo familiare avete contratto un’infezione durante un ricovero cardiochirurgico, potresti avere diritto a un risarcimento. Il nostro studio i occupa da oltre venti anni di casi di responsabilità sanitaria e malasanità: analizziamo la documentazione, valutiamo se ci sono gli estremi per un’azione legale e ti accompagniamo passo dopo passo nella richiesta di giustizia.

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